Il Governo Renzi e il Ministro Poletti hanno lanciato in via definitiva la misura prevista dalla Legge di Stabilità 2016 che incentiva il passaggio dei lavoratori ad un part-time agevolato prima della pensione. Ma questa operazione conviene al lavoratore e all’azienda? Come funziona?

Prima di tutto va detto che il part-time incentivato è una misura che riguarda i lavoratori con un’età superiore a 63 anni e che compiono 66 e 7 mesi entro il 2018 (per le donne 65 anni e 7 mesi per il biennio 2016-2017), ossia il requisito minimo per l’accesso alla pensione di vecchiaia.

E riguarda i dipendenti assunti a tempo pieno e indeterminato del settore privato, quindi sono esclusi i dipendenti pubblici. Secondo la stima dei Consulenti del Lavoro le persone interessate alla misura in Italia sono 389 mila.

Come funziona il part-time agevolato?

I lavoratori dipendenti del settore privato, che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato full-time, ai quali mancano 3 anni al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, e che hanno almeno 20 anni di contributi già versati, dal 1 gennaio 2016 possono accordarsi con l’azienda per un orario ridotto al 40-60% (trasformazione del contratto in un part-time al 40-60%) ricevendo due agevolazioni

  • Una somma erogata dal datore di lavoro in più in busta paga esentasse;
  • Una contribuzione figurativa accreditata dall’Inps.

A quanto ammontano in soldoni le due agevolazioni del datore di lavoro e dell'Inps? Cosa cambia in busta paga e come stipendio netto se si aderisce al part-time agevolato? Vediamo nel dettaglio.

Come cambia lo stipendio netto e la busta paga.

La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha calcolato che per un lavoratore a tempo indeterminato full-time con uno stipendio annuo lordo di 25 mila euro (parliamo di imponibile previdenziale, quello sul quale si calcolano i contributi previdenziali in busta paga), lo stipendio al netto della tassazione è di 18.936 euro netti, ossia circa 1.450 euro netti al mese per tredici mensilità.

Se questo lavoratore, d’accordo con la propria azienda, passa al part-time agevolato al 60% previsto dalla Legge di Stabilità, il suo stipendio netto, sempre secondo i calcoli della Fondazione Studi, scenderebbe a circa 1.170 euro netti al mese per un totale annuo di circa 15.200 euro, netto in tasca in busta paga comprensivo delle agevolazioni sul part-time previste dalla Legge di Stabilità 2016.

In cosa consistono le agevolazioni sul part-time incentivato? La prima riguarda il riconoscimento da parte del datore di lavoro aderente al part-time agevolato, come si legge nel testo normativo, di “una somma corrispondente alla contribuzione previdenziale a fini pensionistici a carico del datore di lavoro relativa alla prestazione lavorativa non effettuata. Tale importo non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non è assoggettato a contribuzione previdenziale”.

In altre parole, lo stipendio netto passando al part-time agevolato al 60% (quindi riducendo nel caso in esempio lo stipendio lordo anno da 25.000 euro a 15.000 euro) aumenta grazie ad un “bonus” da parte dell’azienda, esentasse e non soggetto a contribuzione previdenziale di 2.381 euro annui, per effetto del quale il netto in busta paga del lavoratore, aderente al part-time agevolato al 60%, ogni mese sale a 1.170 euro netti, compreso un “bonus” aziendale di circa 183 euro mensili netti.

In altre parole la prima agevolazione è di natura economica. L’azienda aderente paga un netto in tasca in più al lavoratore che ha accettato di passare al part-time al 60%. Ma vediamo ora la seconda agevolazione.

Il part-time agevolato conviene per la pensione.

Il testo della Legge di Stabilità stabilisce che “per i periodi di riduzione della prestazione lavorativa è riconosciuta la contribuzione figurativa commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa non effettuata”. Ed è questa la seconda agevolazione della norma.

Cosa significa? Che oltre al discorso economico del netto in tasca più alto perché l’azienda eroga un “bonus” esentasse che incentiva il passaggio al part-time al 60%, al lavoratore prossimo alla pensione viene data anche un ulteriore agevolazione, che è appunto il riconoscimento di una contribuzione figurativa da parte dell’Inps che ammortizza gli effetti negativi ai fini pensionistici del passaggio al part-time da un full-time.

Secondo la stima della Fondazione Studi, l’Inps nel caso in esempio (lavoratore che passa al part-time al 60% avendo un originario contratto full-time che gli garantisce 25 mila euro lordi annui) contribuisce all’operazione accreditando al lavoratore 3.300 euro di contributi figurativi, che sono ovviamente utili a mantenere più alta la contribuzione utile per il calcolo della pensione del lavoratore.

Ed è proprio il non essere penalizzato nel calcolo della pensione ciò che interessa maggiormente al lavoratore prossimo alla maturazione dei requisiti pensionistici.

Per rispondere riguardo alla domanda “se conviene il part-time agevolato” bisogna fare una considerazione: questa misura del part-time agevolato è una scelta che possono fare lavoratori e datori di lavoro nel caso in cui il lavoratore è prossimo alla pensione, ossia quando quest’ultimo ha più di 63 anni e compie 66 anni e 7 mesi (requisito per la pensione di vecchiaia) entro il 2018. Interessati quindi i lavoratori nati prima del mese di aprile 1952, che hanno almeno 20 anni di contributi versati.

Negli ultimi anni di carriera può capitare sia che il lavoratore abbia interesse personale a ridurre le proprie attività lavorative prima del pensionamento, sia che l’azienda abbia interesse ad incentivare il ricambio generazionale e desideri trovare una soluzione con il lavoratore. In questa ottica, la doppia agevolazione concessa dalla legge è un incentivo per entrambi.

Riepilogando, il lavoratore che lavora full-time (40 ore settimanali) che aderisce alla misura prevista dalla Legge di Stabilità 2016 e passa al part-time agevolato al 60% (24 ore settimanali)

  • lavora 16 ore settimanali in meno (se aderisce ad un part-time verticale ad esempio lavora 3 giorni su 5 alla settimana. Se il contratto viene trasformato in un part-time orizzontale lavora circa 4 ore e 50 minuti al giorno per 4 giorni);
  • Riceve uno stipendio netto maggiorato del “bonus” aziendale (che nel caso del lavoratore in esempio è di 2.381 euro annui);
  • Riceve una contribuzione figurativa da parte dell’Inps (nel caso in esempio 3.300 euro) che neutralizza gli effetti negativi ai fini pensionistici del passaggio da full-time a part-time.

La conclusione finale è sul taglio del netto in tasca del lavoratore in esempio aderente al part-time al 60%: in soldoni ci perde effettivi 3.700 euro circa annui (284 euro al mese). Ma lavora 24 ore su 40 e accede alla pensione senza penalizzazioni.

Lo stesso lavoratore se opta per il part-time agevolato al 50%, secondo i calcoli della Fondazione Studi vede ridursi il proprio netto in tasca a circa 14.200 euro e quindi uno stipendio netto di 1.090 euro circa. L’azienda contribuisce con circa 2.980 euro annui di “bonus” e lo Stato (ossia l’Inps) accredita circa 4.125 euro di contributi figurativi.

Il part-time agevolato conviene all’azienda?

Passiamo al lato del datore di lavoro. La domanda che si ci pone è se il part-time agevolato è un operazione conveniente per l’azienda.

Abbiamo visto che l’azienda aderente è tenuta al versamento al lavoratore di questa sorta di “bonus” esentasse e che non è imponibile previdenziale, lo ripentiamo, pari ad “una somma corrispondente alla contribuzione previdenziale a fini pensionistici a carico del datore di lavoro relativa alla prestazione lavorativa non effettuata”. In soldoni, abbiamo visto che nel caso in esempio trattasi di 2.381 euro che l’azienda versa al lavoratore.

La Fondazione Studi ha stimato che il costo di questo lavoratore con il passaggio al part-time diventerebbe di 22.800 euro circa (67%) rispetto agli originari 34.000 euro (100%) del costo del rapporto di lavoro full-time. Certo, la riduzione del costo è collegato anche ad una minore quantità della prestazione lavorativa, visto che il lavoratore riduce il proprio orario di lavoro da 40 a 24 ore settimanali.

Questi i dati di fatto. Sull’analisi di convenienza aziendale dell’operazione ha un peso determinante, ovviamente, l’interesse aziendale al ricambio generazionale che potrebbe indurre l’azienda ad un esborso finanziario quale è il contributo di 2.380 euro circa dato in busta paga al lavoratore per ogni anno di lavoro con part-time agevolato.