contributo di 300 euro Inps e congedo parentale

Da più parti si legge la notizia, dopo alcune dichiarazioni anche di un onorevole, che le mamme lavoratrici italiane hanno avuto la possibilità di ricevere 300 euro al mese dall’Inps per la baby sitter o per l’asilo nido, ma non erano informate e quindi tale bonus, stanziato con 20 milioni di euro, non è stato sfruttato a dovere nel 2013. Il bonus  è erogato, a chi lo richiede, per 6 mesi (3 mesi per le lavoratrici iscritte alla Gestione Separata).

Le motivazioni dello scarso successo delle domande vanno ricercate nella cattiva informazione, nelle difficoltà operative per avere il bonus, ma anche nella rinuncia al congedo parentale che deriva dal richiedere il contributo di 300 euro mensile erogato da parte dell’Inps. Visto il clamore della notizia, molte mamme lavoratrici avranno interesse a richiedere il bonus per l’anno 2014. E' bene quindi fare il punto della situazione, anche e soprattutto in riferimento alla convenienza della scelta tra congedo parentale e contributo di 300 euro.

Parliamo prima di tutto della misura e poi delle motivazioni dello scarso successivo, per poi concludere con un’analisi sulla valutazione di convenienza tra le alternative congedo parentale o 300 euro al mese per la baby sitter o l’asilo nido.

Il contributo di 300 euro erogato dall’Inps

Con la riforma Fornero del 2012 è stata introdotta una misura a favore delle madri lavoratrici: la possibilità di avere un bonus mensile di 300 per l’asilo nido o la baby sitter. Il contributo erogato dall’Inps, ribattezzato bonus bebé o bonus infanzia, è un voucher  baby sitting o per l'asilo nido pari a 300 euro per 6 mesi. Quindi la mamma può beneficiare di 1.800 euro per pagare l’asilo nido o il servizio di baby sitting. La misura è stata stanziata per il triennio 2013-2015 con 20 milioni di euro annui, e quindi è possibile richiedere i 300 euro mensili dell’Inps anche per l’anno 2014. 20 milioni di euro, e 1.800 euro a richiedente, significa una platea di beneficiari superiore alle 10.000 mamme. Nel 2013 ne hanno approfittato meno di 4.000 persone, poi vedremo perché.

I soggetti ammessi sono le madri, anche adottive o affidatarie, che sono lavoratrici dipendenti o iscritte alla Gestione separata dell’Inps (si pensi alle madri lavoratrici con contratto a progetto) che siano ancora negli undici mesi successivi al termine del periodo di congedo di maternità obbligatorio. E sono ammesse anche le lavoratrici che abbiano già usufruito in parte del congedo parentale. In tal caso, il contributo potrà essere richiesto per un numero di mesi pari ai mesi di congedo parentale non ancora usufruiti, con conseguente riduzione di altrettante mensilità di congedo parentale.

Lavoratrici madri escluse. Non sono ammesse alla presentazione della domanda le lavoratrici autonome, le madri lavoratrici che, relativamente al figlio per il quale intendono richiedere il beneficio, usufruiscono dei benefici di cui al fondo per le Politiche relative ai diritti ed alle pari opportunità e le madri lavoratrici che, relativamente al figlio per il quale intendono richiedere il beneficio, risultano esentate totalmente dal pagamento della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati convenzionati. Per maggiori informazioni vediamo il contributo di 300 euro per la baby sitter.

1800 euro per lavoratici dipendenti, 900 euro per le lavoratici a progetto. La misura del contributo è di 300 euro erogate per  6 mesi per le lavoratici dipendenti, mentre per le lavoratrici iscritte alla Gestione Separata il contributo è per massimo 3 mesi. Il bonus di 300 euro è divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Le lavoratrici part-time, in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa, potranno accedere al contributo nella misura riproporzionata secondo quanto specificato nella in una tabella allegata al bando Inps. Il beneficio ovviamente è riconosciuto anche per più di un figlio.

Il sistema di pagamento nel caso di erogazione per il servizio di baby sitting è attraverso dei buoni lavoro rilasciati alla madre da parte dell’Inps. Mentre per il servizio di asilo nido a pagare la struttura sarà direttamente l’Inps dietro esibizione della documentazione attestante la fruizione del servizio.

Meno di 4.000 richieste nel 2013: ecco il perché

Il principale motivo è che non tutte le mamme hanno saputo di questa possibilità, quindi il primo motivo del mancato successo nell’anno 2013 è stata la poca informazione sul bonus infanzia. I genitori che del contributo erogato dall’Inps hanno avuto notizia, invece, si sono ritrovati di fronte alla necessità di studiarlo (viste le circolari pubblicate dall’Inps), ma anche di fronte alla necessità di fare calcoli di convenienza economica, visto che è un’erogazione alternativa al congedo parentale. Molte mamme avranno probabilmente rinunciato alla “via nuova” al posto della “via vecchia”. Ossia hanno optato per fruire del congedo parentale sfruttando i vantaggi di quella prestazione a sostegno della maternità.

Coloro che invece hanno deciso che il contributo erogato per il servizio di baby sitting fosse una buona cosa per le esigenze familiari (l’esigenza di tornare al lavoro che supera il ruolo di mamma e l’opzione congedo parentale), che fosse pure conveniente, si sono trovati di fronte ad un sistema di richiesta all'Inps complicato.

La domanda per ottenere il contributo di 300 euro andava presentata (e andrà presentata) all’Inps in modo esclusivo attraverso il canale WEB servizi telematici, sul sito dell’Inps, servizi accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN. Quindi bisogna avere il PIN di tipo di dispositivo dell’Inps e poi richiedere il voucher o contributo con il seguente percorso: Al servizio del cittadino – Autenticazione con PIN – Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito – Voucher o contributo per l’acquisto dei servizi per l’infanzia. Il PIN con cui viene effettuata l’autenticazione al servizio deve essere di tipo “dispositivo”. E la presentazione andava fatta dal 2 al 10 luglio 2013, quindi in 10 giorni di calendario. Ma non sono mancate difficoltà con il server Inps. Questi alcuni dei motivi per i quali la domanda l’hanno presentata meno di 4.000 mamme, i 20 milioni di euro sono stati in gran parte non sfruttati (solo il 37% del totale).

Come fare per avere i 300 euro mensili nel 2014 (totale 1.800 euro). Anche per il 2014 è possibile fare la domanda, sempre in modalità telematica, sempre sul sito dell’Inps e sempre avendo il PIN dispositivo (chi non ce l’ha lo deve richiedere, ovviamente). Non è stata ancora pubblicata la circolare da parte dell’Inps. Dovrebbe arrivare nel mese di luglio. Come per il 2013 ci sarà una sorta di click day, o un periodo limitato di giorni nei quali inviare la domanda (forse sempre 10 giorni come il 2013). Come per il 2013, la graduatoria che si formerà terrà conto dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) con ordine di priorità per i nuclei familiari con ISEE di valore inferiore e, a parità di ISEE, secondo l’ordine di presentazione della domanda.

La rinuncia al congedo parentale: conviene?

Descritta in precedenza la misura del contributo di 300 euro, è necessario prima di tutto, per confrontare le due misure Inps, descrivere in cosa consiste il congedo parentale, sia per le lavoratrici dipendenti che per le lavoratrici della Gestione separata. Affrontiamo la valutazione prima per le madri lavoratrici dipendenti poi per le madri lavoratrici parasubordinate.

Il congedo parentale per le lavoratrici dipendenti è la vecchia astensione facoltativa dal lavoro e spetta ai lavoratori dipendenti, in costanza di rapporto di lavoro, fino ai primi 8 anni di età del bambino. Il congedo, coperto da un’indennità percepita dall’Inps, è fruibile sia dalla madre che dal padre per un periodo complessivo tra i due non superiore ai 10 mesi, aumentabili ad 11 mesi. Il periodo può essere fruito anche contemporaneamente e spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto. Più precisamente, il congedo parentale spetta:

  • Alla madre lavoratrice dipendente per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, trascorsa l’astensione obbligatoria post parto;
  • Al padre lavoratore dipendente per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, elevabile a 7 mesi se lo stesso si astiene dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi. E’ in questo caso che il limite complessivo di astensione dal lavoro di entrambi i genitori sale ad 11 mesi.

Quindi oltre al congedo per maternità, che è l’astensione obbligatoria da lavoro di 5 mesi che normalmente va dai due mesi prima del parto ai tre mesi dopo il parto, alla donna lavoratrice viene riconosciuta dalla legge anche la possibilità di fruire di congedi parentali fino agli 8 anni di vita del bambino. Ed il periodo è di 6 mesi, che possono essere consecutivi o frazionati. Quindi è lo stesso numero di mesi del contributo di 300 euro. A questo punto c’è da fare la valutazione di convenienza.

L’Inps eroga un’indennità per congedo parentale, e spetta a tutti i lavoratori, compresi quelli a tempo parziale, con l’esclusione dei lavoratori domestici e dei lavoratori a domicilio. La condizione è che il lavoratore al momento di iniziare l’assenza abbia in corso un regolare rapporto di lavoro e non sia soggetto a sospensioni del rapporto di lavoro stesso (Cassa integrazione ad esempio).

L’indennità per congedo parentale è una prestazione pari al 30% della retribuzione percepita nel mese o periodo lavorato precedente l’inizio del congedo parentale. La retribuzione da prendere a riferimento è quella media globale giornaliera. E’ facile calcolare sommariamente, per una mamma che opta per assentarsi un intero mese fruendo di uno dei sei mesi di congedo parentale a disposizione, che chi ha una retribuzione percepita in quel mese di 1.000 euro, avrà comunque 300 euro di indennità per congedo  parentale. Ma chi ha una retribuzione superiore optando per il congedo parentale ottiene più di 300 euro al mese. Quindi abbiamo un ulteriore elemento: il congedo parentale può essere superiore a 300 euro.

La mamma è di fronte a questa scelta: dopo i 5 mesi di astensione obbligatoria, restare a casa ulteriori mesi, anche frazionati, ricevendo il 30% della sua retribuzione, oppure tornare a lavoro ed affidare il figlio o la figlia, al servizio di asilo nido o alla baby sitter ottenendo un contributo di 300 euro.

Optare per i 300 euro mensili. E’ chiaro che se torna al lavoro, non si assenta, e quindi può ottenere il suo regolare stipendio nella misura del 100% ed un contributo di 300 euro per la baby sitter (che potrebbe non bastare ovviamente) e poi lo stipendio. Ma in questo modo “consuma” comunque i mesi di congedo parentale concessi dall’Inps.

Optare per il congedo parentale. In alternativa la donna può restare a casa, godersi e occuparsi del proprio bambino, ma ricevendo il 30% della propria retribuzione come indennità per congedo parentale. In questo caso può modellare i propri 6 mesi di congedo parentale secondo le proprie esigenze personali e familiari, quindi utilizzandolo in maniera frazionata o consecutivamente. E può gestire il primo anno di vita del bambino con i permessi e congedi del marito.

La valutazione, come si è visto, è di natura economica, organizzativa familiare, ed anche di adempimenti da effettuarsi per ottenere il contributo da parte dell’Inps.

Il congedo parentale per le lavoratrici della Gestione separata. Prima di tutto riguarda le lavoratrici con contratto a progetto, le collaboratrici coordinate e continuative (s e non iscritte ad altre forme di previdenza obbligatorie, e non pensionate). Sono escluse dal congedo parentale le lavoratrici che svolgono prestazioni occasionali e le libere professioniste senza cassa. Alle lavoratrici madri iscritte alla Gestione separata Inps, tenute al versamento del contributo aggiuntivo, è corrisposta l’indennità di maternità purché siano presenti alcuni requisiti contributivi. Devono risultare accreditate almeno tre mensilità di accredito dei contributi nei 12 mesi precedenti i due mesi anteriori la data presunta del parto. Più precisamente, deve risultare versata anche la contribuzione aggiuntiva.

Anche l’indennità per congedo parentale per le lavoratrici parasubordinate è pari al 30% della retribuzione giornaliera, ossia 1/365 del reddito derivante da lavoro a progetto o da collaborazione coordinata e continuativa, percepito nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo indennizzabile per maternità, per tutte le giornate comprese nel periodo indennizzabile. La durata del congedo parentale è di 3 mesi entro il primo anno di vita del bambino. Ma anche il contributo di 300 euro è erogato, nel caso delle lavoratrici parasubordinate, per 3 mesi e non per 6 mesi. Quindi sono 900 euro e non 1.800 euro.

Anche in questo caso quindi il ragionamento da fare per l’analisi di convenienza riguarda l’entità del congedo parentale, rispetto ai 300 euro del contributo per i servizi di baby sitting e asilo nido, ma anche, come nel caso delle lavoratrici dipendenti, sulla necessità di andare a lavoro (incassando anche i 300 euro per la baby sitter oltre lo stipendio per 3 mesi) oppure di restare a casa per motivi familiari (incassando il 30% del proprio stipendio, sempre per 3 mesi).