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L’assegno di ricollocazione Anpal serve per trovare lavoro, non per perdere la Naspi

L’assegno di ricollocazione non è una somma di denaro destinata al lavoratore in Naspi da almeno 4 mesi, ma è una misura di politica attiva che consente al lavoratore disoccupato di “comprarsi” con una dotazione finanziaria da 1.000 a 5.000 euro il proprio percorso di ricollocazione nel mercato del lavoro. L’assegno di ricollocazione non fa perdere la Naspi ma serve per trovare un posto di lavoro. Va richiesto sul sito dell’Anpal, non è obbligatorio ma è una facoltà. E serve per ricevere un’offerta congrua di lavoro da un soggetto erogatore che otterrà l’assegno solo a risultato (posto di lavoro per il disoccupato per almeno un anno).
A cura di Antonio Barbato
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Tutti i lavoratori disoccupati in Naspi da almeno 4 mesi possono ufficialmente richiedere l’assegno di ricollocazione. La misura di politica attiva prevista dal Jobs Act è finalmente operativa per tutti e non è più in fase sperimentale.

Non è una cosa di poco conto, è un assegno da 1.000 a 5.000 euro in dotazione del lavoratore spendibile per la ricerca intensiva di un posto di lavoro presso Centri per impiego o soggetti privati accreditati all'Albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro presso l'Anpal.

Ma i timori dei lavoratori di perdere la Naspi sono forti, così come la cronica propensione a temere i cambiamenti quando giustamente è in gioco un futuro lavorativo, ma anche una prestazione al sostegno del proprio reddito che si sta percependo, erogata dall’Inps appunto per gestire il periodo di disoccupazione post perdita del posto di lavoro.

Sull’assegno di ricollocazione c’è stata una diffusione mediatica carente sugli aspetti positivi della misura introdotta dal Governo Renzi nel D. Lgs. n. 150/2015 e vi è stato anche un sistema informatico e tecnico inesistente finora, nonostante siano passati molti mesi dall’entrata in vigore, per legge, del cosiddetto ADR.

Dopo diversi mesi di attesa nell’avviso delle politiche attive nazionali in Italia, però, il sistema dell’assegno di ricollocazione sul portale dell’Anpal (l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) c’è ed è per tutti.

Perché l’assegno di ricollocazione è una grande opportunità

E visto che ci siamo, qualsiasi lavoratore disoccupato in Naspi, ben sapendo anche che dopo 4 mesi la Naspi si riduce del 3% ogni mese, ha il dovere di valutare quella che è una opportunità. Quella che è una facoltà, non un obbligo.

La facoltà è quella di iniziare a porre in essere, durante il periodo di disoccupazione indennizzata con la Naspi o la Dis-Coll, ed entro il termine della sua durata, una personale politica “attiva” di ricerca di un nuovo posto di lavoro, piuttosto che accontentarsi della politica “passiva”, quale è la Naspi.

In termini di convenienza ad attivarsi, c’è da valutare che non solo si riduce la Naspi a partire dal quarto mese di percezione in poi, ma al termine della Naspi si perde anche l’occasione assegno di ricollocazione, che appunto svanisce con l’esaurirsi della Naspi.

E allora il primo pensiero è: richiedere l’assegno di ricollocazione quando sta per finire la Naspi? Ossia quando si sta per restare senza indennità di disoccupazione. Nulla di più sbagliato.

Ciò probabilmente l’hanno pensato molti di coloro che sono stati sorteggiati per l’assegno di ricollocazione nella fase sperimentale. La paura del cambiamento, la paura di scommettere su questa dote finanziaria concessa dallo Stato, ha fatto il resto.

Vuoi per questi motivi, vuoi perché la lettera ricevuta era carente di informazioni concrete e rassicuranti, vuoi perché il timore di perdere la Naspi era forte in mare di disinformazione sulla misura, la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione avviata negli anni non ha dato i risultati sperati.

Su 28.122 partecipanti sorteggiati, solo 2.654 hanno richiesto l’ADR, con un tasso di adesione del 9,4%. Di questi, solo 447 lavoratori hanno un rapporto di lavoro attivo, il 16,8% del totale. Ad accompagnare i dati non confortanti sulla sperimentazione, c’è anche la circostanza che dei 25.468 sorteggiati che non hanno richiesto l’assegno di ricollocazione, 4.325 hanno comunque trovato un lavoro (circa il 17%).

Ma se leggete le percentuali, che non arrivano al 20%, c’è da dire che l’80% di coloro che non hanno richiesto la misura offertagli con una lettera arrivata dal sistema pubblico italiano hanno clamorosamente perso un’occasione e sono comunque rimasti senza lavoro. E senza Naspi, come già sapevano.

Quindi la domanda è: da disoccupati conviene rifiutare fino a 5.000 euro di aiuti? Facile dirvi di no. E invece ragioniamo.

Occorre acquisire maggiori informazioni su questo assegno di ricollocazione, cerchiamo di fare una panoramica e chiarire i dubbi di tutti.

L’assegno di ricollocazione non è una somma di denaro destinata al lavoratore, che già percepisce la Naspi.

L’assegno di ricollocazione è una specie di “premio di risultato” che viene erogato al soggetto pubblico (Centri per Impiego) o soggetto privato (Agenzie per il lavoro, la rete dei Consulenti del Lavoro, i Patronati), esclusivamente in caso di successo occupazionale. Che sarebbe il contratto di lavoro stipulato dal lavoratore.

 

Il lavoratore non rischia di perdere la Naspi con la semplice richiesta dell’assegno di ricollocazione (ADR), precisiamolo molto chiaramente. Al massimo può perdere la Naspi per aver trovato lavoro (beh mica male. E tra l’altro ciò avviene in ogni caso durante la Naspi, pure se non si richiede l’ADR).  O può perdere la Naspi per aver rifiutato un lavoro offertogli durante il programma di ricerca intensiva. Ma trattasi di rifiutare un lavoro vero, come vedremo.

L’assegno di ricollocazione non è un obbligo ma una facoltà messa a disposizione del lavoratore, che può trovare proprio nell’assegno di ricollocazione uno strumento ottimo per ritrovare un lavoro. E non per forza negli ultimi mesi di percezione della Naspi, quando si ha paura di restare senza alcun reddito. L’avevamo già detto, ma meglio ribadirlo.

Quando si sottolinea che l’assegno di ricollocazione è una facoltà, lo precisiamo ancora, si intende che se il lavoratore non richiede l’assegno di ricollocazione non perde la Naspi, ma perde sicuramente una opportunità per aumentare sensibilmente le proprie opportunità per trovare un posto di lavoro. Perché? La risposta è nel sistema dell’ADR. Vediamolo.

Come funziona il sistema dell’assegno di ricollocazione

Sia chiaro sin dal principio. I lavoratori in Naspi, pur essendo pienamente titolari di un diritto quale è una prestazione a sostegno del reddito che interviene dopo anni di lavoro e contributi versati, rappresentano un problema per il sistema paese, non solo per l’esborso finanziario a cui è tenuta l’Inps durante i mesi di Naspi (in molti casi 20 mila euro), ma soprattutto per la prospettiva di avere una fetta di popolazione non attiva. O che è attiva aumentando il lavoro nero.

Allora, il tentativo del Governo o dello Stato Italiano è quello di utilizzare il risparmio della Naspi non erogata per alimentare l’effettiva emersione di un nuovo posto di lavoro per il lavoratore. Non dando soldi al lavoratore (come già avviene con la Naspi) ma mettendo sul piatto una dote economica a chi favorisce la ricollocazione del lavoratore disoccupato.

Come si calcola l’assegno di ricollocazione: il profiling. L’assegno di ricollocazione da 1.000 a 5.000 euro dipende dalla profilazione del soggetto disoccupato. E più precisamente dal “profilo personale di occupabilità” che riflette la distanza del soggetto dal mercato del lavoro.

In altre parole, in base al profiling del lavoratore e alla difficoltà di ricollocazione, lo Stato italiano mette a disposizione del lavoratore l’utilizzo di risorse statali per avvicinarlo al nuovo posto di lavoro.

Più il lavoratore è in difficoltà lavorativa e più sarà alto l’assegno di ricollocazione ad esso destinato.

Per il profiling, che determina l’esatto importo da 1.000 a 5.000 euro, contano l’età, il titolo di studio, da quanti mesi si è concluso l’ultimo rapporto di lavoro, numero di componenti del nucleo familiare, ecc. e sono tutti dati che il soggetto deve dichiarare presentando domanda online per l’assegno di ricollocazione.

Chiaramente, alcuni dati nella richiesta di assegno di ricollocazione sul sito dell’ANPAL saranno precompilati e se modificati saranno oggetto di un controllo del Centro per Impiego, che comunque è il soggetto pubblico che ha l’incarico di verificare i dati dichiarati e rilasciare l’assegno di ricollocazione, anche se il lavoratore dovesse decidere per farsi seguire, e quindi eventualmente destinare il proprio assegno di ricollocazione, ad un operatore privato (Agenzie per il lavoro, Patronati, ecc.).

L’assegno da 1.000 euro a 5.000 euro è spendibile dai lavoratori interessati:

  • presso i Centri per l’Impiego (ma in realtà questi non percepiscono la dotazione finanziaria);
  • o presso i soggetti privati accreditati (Agenzie per il lavoro, la Fondazione dei Consulenti per il lavoro, ecc.) per la ricerca intensiva di un posto lavoro;
  • Presso i Patronati.

Nel caso di successo occupazionale (e solo in quel caso), il soggetto privato percepirà l’assegno di ricollocazione erogato dall’Anpal.

In altre parole solo se al lavoratore viene trovato un posto di lavoro, solo se si formalizza il contratto di lavoro e questo contratto di lavoro dura comunque almeno un anno, il soggetto operatore privato, che eventualmente il lavoratore ha scelto per il percorso di ricerca intensiva del lavoro, percepirà la dotazione finanziaria.

L’assegno di ricollocazione è infatti una dotazione finanziaria a risultato. A risultato abbastanza concreto, perché non basta la stipula di un contratto di lavoro, ma occorre che tale contratto duri un minimo di legge per legittimare il diritto all’incasso dell’assegno di ricollocazione da parte del soggetto che il lavoratore ha scelto per la sua ricollocazione nel mercato del lavoro.

Il rifiuto di un’offerta congrua fa perdere la Naspi

Come abbiamo visto, lo Stato italiano mette a disposizione del lavoratore disoccupato in Naspi una dote finanziaria, un sistema di politiche attive, una rete di Centri per l’Impiego ed anche una rete di soggetti privati accreditati, quindi fornisce tutti gli strumenti al lavoratore in Naspi per attivarsi per la ricerca di un posto di lavoro. Ma mette sul piatto anche l’ipotesi della perdita della Naspi in caso di offerta di lavoro congrua.

Il lavoro nero durante la Naspi è una soluzione pericolosa. A questo punto nel lavoratore può rimanere il dubbio se richiedere l’assegno di ricollocazione, soprattutto se poi la Naspi è accompagnata dal comportamento illecito del lavoro nero durante la Naspi stessa. In quest’ultimo caso occorre sottolineare i profili di rischio penali (dal reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, laddove si dichiara lo stato di disoccupazione, che è punita con la sanzione della reclusione fino a 2 anni, fino all’indebita percezione della Naspi ai danni dello stato che prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni, che può tramutarsi in sanzione amministrativa pesante).

Quando è che il lavoratore perde la Naspi con l’assegno di ricollocazione? L’abbiamo già detto, quando nel corso del percorso di ricerca intensiva di un posto di lavoro, egli trova un posto di lavoro accendo una offerta di lavoro (quindi perde la Naspi ma trova lavoro e reddito) oppure quando il lavoratore rifiuta una congrua offerta di lavoro trovatagli dal Centro per l’Impiego o dal soggetto privato che egli ha scelto sul portale dell’Anpal al momento della richiesta dell’assegno di ricollocazione.

Quindi richiedere l’assegno di ricollocazione e scegliere un soggetto erogatore non fa perdere la Naspi, ma se poi arriva, per effetto del coinvolgimento di questi soggetti terzi nella ricerca di una opportunità lavorativa, ma che rientri nei requisiti di legge stabiliti dal Jobs Act e poi dall'Anpal in termini di offerta congrua di lavoro, rifiutarla può significare perdere la Naspi.

Il lavoratore, di fronte a tale ipotesi, potrebbe essere portato a pensare di non richiedere l’assegno di ricollocazione in modo che nessuno gli toglierà mai la Naspi. Ma in realtà la normativa italiana, nel D. Lgs. n. 150/2015, prevede, anche senza adesione all’assegno di ricollocazione, la sanzione della perdita della Naspi in caso di rifiuto di una offerta di lavoro congrua. E che tale offerta debba fornirla al disoccupato il Centro per Impiego, in seguito al Patto di servizio personalizzato stipulato post richiesta Naspi.

Ma siamo in Italia e tutto ciò è fermo, anche perché francamente è difficile ipotizzare che un Centro per Impiego si prenda la responsabilità di revocare la Naspi ad un lavoratore percettore per rifiuto di un’offerta di lavoro congrua. Ma c’è da dire, dall’altro lato, che anche un soggetto erogatore privato difficilmente, in corso di ricerca intensiva di un lavoro per il lavoratore, agirà revocando la Naspi per rifiuto di una offerta congrua di lavoro. Anche perché la mancata finalizzazione della misura (nessun posto di lavoro trovato al lavoratore) fa perdere il diritto all’assegno di ricollocazione al soggetto erogatore stesso. C’è da ipotizzare che il soggetto erogatore da un lato e il lavoratore dall’altro avranno un comportamento sinergico per arrivare all’obiettivo comune del miglior posto di lavoro possibile.

Cosa significa offerta di lavoro congrua

Siam giunti fin qui con un grande dubbio: ma cosa significa offerta di lavoro congrua?

Perché nella valutazione del lavoratore a questo punto diventa fondamentale capire quando una offerta di lavoro è congrua. Anche perché la congruità di una offerta di lavoro per il lavoratore riguarda non solo l’aspetto economico dello stipendio offerto, del livello contrattuale offerto, ma anche riguardo le condizioni di lavoro offerte e la distanza dal lavoro per la conciliazione vita lavoro.

Il rifiuto di una offerta congrua di lavoro in ogni caso è una delle sanzioni previste dai decreti del Jobs Act, l’abbiamo capito, ma lascia spazio a molte interpretazioni. Ma a definire bene il quadro è stata l’Anpal che ha pubblicato i parametri di riferimento per considerare una offerta di lavoro come congrua, con tutte le conseguenze del caso.

E soprattutto l’Anpal ha definito per bene i parametri.

Il contratto di lavoro proposto al lavoratore per essere ritenuto congruo deve essere un contratto a tempo indeterminato o un contratto a tempo determinato di almeno 3 mesi.
La retribuzione offerta deve essere superiore almeno al 20% della Naspi percepita, l’orario di lavoro deve essere almeno pari all’80% dell’orario di lavoro dell’ultimo contratto di lavoro.

La distanza della sede di lavoro oggetto dell’offerta deve essere distante non più di 50 km, elevati a 80 km in caso di stato di disoccupazione superiore a 12 mesi.

In termini di mansioni, il profilo professionale oggetto dell’offerta congrua di lavoro deve essere coerente con le esperienze e le competenze maturate nei precedenti rapporti di lavoro.

E la normativa comunque prevede che il lavoratore possa rifiutare l’offerta di lavoro congrua in presenza di un giustificato motivo.

Per maggiori informazioni vediamo l’offerta congrua di lavoro e Naspi.

L’assegno di ricollocazione: richiesta sul sito dell’Anpal

Coloro che intendono valutare la richiesta dell’assegno di ricollocazione possono accedere al sito dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive.

A far data dal 14 maggio 2018 è quindi possibile, per i percettori di Naspi da più di quattro mesi, effettuare la richiesta telematica di assegno di ricollocazione, direttamente per il tramite del portale ANPAL adr.anpal.gov.it.

Per leggere un approfondimento sulla richiesta assegno di ricollocazione, contenente la guida del cittadino pubblicata dall’Anpal, tutti i link per essere guidati alla compilazione della richiesta, alla scelta del soggetto erogatore, nonché tutte le FAQ utili, ecco Richiesta assegno di ricollocazione Anpal: link, istruzioni e FAQ per orientarsi.

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Giornalista dal 2016 e consulente del lavoro, sono caposervizio dell'area Job. Scrivo di lavoro, fisco e previdenza.
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