Con l’entrata in vigore del Decreto 15 maggio 2018 del Ministero del lavoro sono stati aggiornati i coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione con il sistema contributivo. La notizia che si è rapidamente diffusa, sulla base del decreto ministeriale, è che vi saranno pensioni più basse dal 2019 per l’effetto (negativo) dell’adeguamento alla speranza di vita non solo dei requisiti pensionistici ma anche dei coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione con il sistema contributivo.

I coefficienti sono stati rivisti al ribasso e ciò determina un calcolo della pensione meno favorevole che si accompagna all’innalzamento dei requisiti per l’accesso alla pensione. Si lavorerà dei mesi in più per poi percepire una pensione più bassa e per sempre.

Ma vediamo di capire quali pensioni saranno più basse, quali subiranno il ribasso maggiore, come funziona il sistema di calcolo contributivo e i coefficienti di trasformazione, e di quanto diminuisce la pensione di vecchiaia per chi vi accede nel prossimo triennio.

Quali pensioni saranno più basse

La notizia in sé ha un grande valore sociale, ma occorre capire meglio perché le pensioni saranno più basse dal 2019 ma soprattutto quali pensioni saranno più basse.

La prima risposta è che la revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo riguarda il calcolo della pensione di coloro che faranno domanda di pensione negli anni 2019, 2020 e 2021.

Le pensioni dei pensionati non subiranno ribassi, quindi.

I coefficienti di trasformazione nel sistema contributivo sono delle percentuali stabilite dalla legge che trasformano il montante contributivo (ossia i contributi versati dal lavoratore) in importo pensionistico. Il calcolo della pensione nel sistema contributivo è una mera moltiplicazione del montante per la percentuale del coefficiente di trasformazione. E se la percentuale scende, ovviamente scende anche l’importo della pensione.

Quali pensioni subiranno il ribasso maggiore

Le pensioni che subiranno un ribasso saranno quelle di coloro che accederanno alla pensione dal 2019 al 2021. E la penalizzazione riguarda praticamente tutti, sia coloro che accedono alla pensione con il sistema contributivo, che coloro che accedono alla pensione con il sistema misto o retributivo.

Nel 2019 e nel 2020 si accede alla pensione di vecchiaia a 67 anni, mentre nel 2021 si accede alla pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi. Per l’accesso bastano 20 anni di contributi versati.

Ebbene, questi lavoratori nella maggior parte dei casi avranno il sistema di calcolo misto della pensione e quindi subiranno una riduzione d’importo pensionistico nella quota contributiva del calcolo della loro pensione, mentre la quota retributiva (sugli anni di lavoro e sui contributi versati prima del 31 dicembre 1995) non subirà effetti.

Anche coloro che hanno un calcolo interamente retributivo (perché hanno almeno 18 anni di contributi versati entro il 31 dicembre 1995), o accedono alla pensione anticipata, subiranno una riduzione d’importo pensionistico in caso di pensionamento negli anni 2019-2021.

Nel caso di coloro che sono nel sistema interamente retributivo, la penalizzazione riguarderà solo la quota di pensione calcolata dal 2012 in poi, ossia da quando è in vigore il contributivo per tutti. E l’effetto negativo della revisione dei coefficienti di trasformazione per questi lavoratori dovrebbe essere di portata limitata.

Coefficienti di trasformazione più bassi: cosa significa

La notizia delle pensioni più basse è quindi la circostanza che il calcolo della pensione con il sistema contributivo per coloro che accedono alla pensione nel 2019 o nel 2020 o nel 2021 sarà peggiore, in termini di pensione lorda annua percepita, rispetto al triennio 2016-2018.

Ma non è una novità, l’effetto negativo della revisione al ribasso dei coefficienti di trasformazione è presente dal 2011, da quando è stata lanciata la Riforma Fornero. In altre parole, ogni triennio, ormai, i coefficienti si riducono e con essi l’importo della pensione lorda di coloro che fanno domanda di pensione.

La pensione di coloro che andranno in pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2019 o nel 2020, oppure a 67 anni e 3 mesi nel 2021, subirà una riduzione di importo lordo annuale spettante. Vedremo in seguito di quanto, perché per avere una idea più precisa bisogna conoscere meglio come funzionano i coefficienti di trasformazione.

La revisione dei coefficienti di trasformazione è in vigore con il Decreto 15 maggio 2018 del Ministero del Lavoro. In sostanza, come il lettore potrà verificare confrontando i coefficienti, in base all’età in cui si accede alla pensione, il coefficiente nel triennio 2019-2021 è più basso rispetto al coefficiente del triennio 2016-2018.

Ecco i nuovi coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione di coloro che accedono alla pensione negli anni 2019, 2020 e 2021:

– età 57 anni: divisore pari a 23,812 e coefficiente pari al 4,2%

– età 58 anni: divisore pari a 23,236 e coefficiente pari al 4,304%

– età 59 anni: divisore pari a 22,654 e coefficiente pari al 4,414%

– età 60 anni: divisore pari a 22,067 e coefficiente pari al 4,532%

– età 61 anni: divisore pari a 21,475 e coefficiente pari al 4,657%

– età 62 anni: divisore pari a 20,878 e coefficiente pari al 4,79%

– età 63 anni: divisore pari a 20,276 e coefficiente pari al 4,932%

– età 64 anni: divisore pari a 19,672 e coefficiente pari al 5,083%

– età 65 anni: divisore pari a 19,064 e coefficiente pari al 5,245%

– età 66 anni: divisore pari a 18,455 e coefficiente pari al 5,419%

– età 67 anni: divisore pari a 17,844 e coefficiente pari al 5,604%

– età 68 anni: divisore pari a 17,231 e coefficiente pari al 5,804%

– età 69 anni: divisore pari a 16,609 e coefficiente pari al 6,021%

– età 70 anni: divisore pari a 15,982 e coefficiente pari al 6,257%

– età 71 anni: divisore pari a 15,353 e coefficiente pari al 6,513%

Ecco invece i coefficienti di trasformazione in vigore per coloro che sono andati in pensione negli anni 2016, 2017 e 2018:

– età 57 anni: divisore pari a 23,55 e coefficiente pari al 4,246%

– età 58 anni: divisore pari a 23,969 e coefficiente pari al 4,354%

– età 59 anni: divisore pari a 22,382 e coefficiente pari al 4,447%

– età 60 anni: divisore pari a 21,789 e coefficiente pari al 4,589%

– età 61 anni: divisore pari a 21,192 e coefficiente pari al 4,719%

– età 62 anni: divisore pari a 20,593 e coefficiente pari al 4,856%

– età 63 anni: divisore pari a 19,991 e coefficiente pari al 5,002%

– età 64 anni: divisore pari a 19,385 e coefficiente pari al 5,159%

– età 65 anni: divisore pari a 18,777 e coefficiente pari al 5,326%

– età 66 anni: divisore pari a 18,163 e coefficiente pari al 5,506%

– età 67 anni: divisore pari a 17,544 e coefficiente pari al 5,700%

– età 68 anni: divisore pari a 16,992 e coefficiente pari al 5,910%

– età 69 anni: divisore pari a 16,301 e coefficiente pari al 6,135%

– età 70 anni: divisore pari a 15,678 e coefficiente pari al 6,378%

Coefficiente di trasformazione e montante nel sistema contributivo: come funziona

I coefficienti di trasformazione hanno il compito di trasformare (appunto) il montante contributivo in pensione annua lorda. In altre parole, il coefficiente di trasformazione va a “trasformare” l’ammontare dei contributi versati nella vita lavorativa (che è alla base del sistema di calcolo contributivo della pensione) nell’importo della pensione che deve percepire il lavoratore.

Come funziona il calcolo della pensione con il sistema contributivo. Il coefficiente di trasformazione non è che l’ultimo atto, però decisivo, per il calcolo della pensione del lavoratore.

La prima operazione è quella di individuare la retribuzione annua lorda del lavoratore (che poi non è altro che l’importo della retribuzione annua che il lavoratore trova nell’estratto conto contributivo dell’Inps, ma che è anche ritrovabile nella busta paga di dicembre di ogni anno o nel CUD ora Certificazione unica sotto la voce di imponibile previdenziale).

Sulla retribuzione annua lorda dal punto di vista previdenziale, va considerata l’aliquota di computo (che nel caso del lavoratore dipendente è del 33%). Applicando l’aliquota di computo alla retribuzione lorda di ogni anno si ottiene l’ammontare dei contributi previdenziali versati dal lavoratore. A quel punto, facendo la somma dei contributi, rivalutando gli stessi sulla base del tasso annuo di capitalizzazione derivante dalla variazione media quinquennale del PIL determinata dall’ISTAT, si ottiene il montante contributivo (che poi non è altro che l’ammontare di tutti i contributi versati dal lavoratore).

Moltiplicando il montante contributivo per il famoso coefficiente di rivalutazione si ottiene l’esatto ammontare della pensione annua lorda del lavoratore, che poi divisa per tredici consente di determinare l’importo della pensione mensile lorda.

Dalla descrizione del sistema di calcolo è facile capire che a parità di montante contributivo, se il coefficiente di trasformazione è più basso (come succede dal 2019 al 2021 rispetto al triennio 2016-2018), sarà più basso anche l’importo della pensione.

Ma andiamo nel dettaglio.

 

Come il coefficiente cambia calcolo e importo della pensione

 

Poniamo l’esempio, che è poi il più ricorrente, del lavoratore che non ce la fa a maturare i requisiti per la pensione anticipata (ben 43 anni e 3 mesi nel 2019 e 2020 che si elevano a 43 e 6 mesi nel 2021) e quindi può ambire all’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2019 o 2020 oppure a 67 anni e 3 mesi nel 2021.

Nel caso di accesso alla pensione a 67 anni, il lavoratore a parità di montante contributivo, per il solo fatto che va in pensione nel 2019 anziché il 2018 si vedrà applicare un coefficiente di trasformazione di 5,604% anziché 5,700%, con una riduzione 0,096%. In realtà, nel caso in questione, nel 2018 vi è il requisito dei 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia con la conseguente applicazione del coefficiente relativo ai 66 anni (5,506%) incrementato di tanti dodicesimi della differenza tra il coefficiente previsto per l’età immediatamente superiore a quella dell'assicurato e il coefficiente previsto per l’età inferiore, per quanti sono i mesi interi trascorsi tra la data di compimento dell’età e la decorrenza della pensione (coefficiente di 5,619%).

A quanto ammonta in euro la riduzione della pensione? La riduzione del 0,096% è da moltiplicare per il montante contributivo. Evitando rivalutazioni dei contributi, per calcolare un montante contributivo si ponga l’esempio di un lavoratore che ha prodotto un reddito di 20.000 euro per 35 anni consecutivi.

Egli avrà versato una contribuzione pari al 33% di 20.000 euro per 35 anni. In questo caso il montante contributivo in versione semplice e puramente indicativa sarebbe di 231.000 euro. A quel punto l’importo pensionistico sarebbe pari al 5,604% di 231.000 euro, ossia 12.945 euro annui lordi (che dividendo per tredici mensilità  è poco più di 995 euro al mese). Ma la riduzione annua lorda della pensione subita (per sempre) per effetto della revisione dei coefficienti di trasformazione sarà pari al 0,096% ossia 221,76 euro lordi annui.

Se un lavoratore accedesse alla pensione nel 2021 (perché nato nel 1954), il coefficiente di rivalutazione sarebbe quello riferibile ai 67 anni e 3 mesi. Il meccanismo di adeguamento della speranza di vita fa aumentare di 3 mesi il requisito e quindi il lavoratore è costretto a a lavorare 3 mesi in più. A quel punto cambia in aumento il coefficiente per effetto dei tre mesi di lavoro in più, ma è un aumento che subisce una "riduzione" sostanziale perché nel frattempo i coefficienti sono stati rivisti al ribasso. Nel caso di una pensione di vecchiaia nel 2021 a 67 anni e 3 mesi il coefficiente è pari alla seguente formula 5,604% + 0,05% = 5,654%. Lo 0,05% è la formula tanti dodicesimi quanti sono i mesi di lavoro in più ossia tre dodicesimi della differenza tra 5,804% (coefficiente 2021 per 68 anni) – 5,604% (coefficiente 2020 per 67 anni).

Il lavoratore, poniamo caso che abbia il montante contributivo di cui sopra ossia 231.000 euro, avrà una pensione annua lorda di 13.060 euro, pari a 1.004 euro al mese circa. Si tratta di una pensione leggermente superiore rispetto al lavoratore che ha fatto accesso alla pensione di vecchiaia nel 2019 o 2020 a 67 anni precisi. La differenza è dovuta ai 3 mesi di lavoro in più.

Ma andando ad analizzare la posizione dello stesso lavoratore se avesse maturato il requisito nel 2018 ponendo l'accesso alla pensione sempre a 67 anni e 3 mesi (in realtà nel 2018 sarebbe andato in pensione a 66 anni e 7 mesi e non a 67 anni e 3 mesi), egli avrebbe avuto un coefficiente di rivalutazione, applicando la formula di cui sopra ma con i coefficienti del triennio 2016-2018 pari a 5,700% +0,0525 (incrementato di tre dodicesimi della differenza tra 5,901 e 5,700)= 5,7525%. La pensione annua lorda di un lavoratore in pensione a 67 anni e 3 mesi nel 2018 sarebbe pari al 5,7525% di 231.000 euro, ossia 13.288 euro, pari a 1.022 euro al mese per tredici mensilità.

Basterà calcolare la differenza tra 13.288 euro (pensionato a 67 anni e 3 mesi nel 2021) e i 13.060 euro (pensionato a 67 anni e 3 mesi nel 2018) per constatare che la differenza in negativo per effetto della revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, per tutti gli anni della pensione salvo rivalutazioni per la perequazione automatica, è pari a 228 euro annui.

Quindi un impatto negativo della revisione dei coefficienti superiore non solo a quella del lavoratore in pensione di vecchiaia nel 2018 con i vecchi coefficienti di trasformazione, ma anche rispetto a quella del lavoratore in pensione a 67 anni e 3 mesi nel 2019 o nel 2020, pur avendo parimenti lavorato 3 mesi in più.

In sostanza più passano gli anni e più gli effetti della speranza di vita allontano i lavoratori dall'accesso pensionistico (requisiti) ma anche riducono per i lavoratori stessi l'importo della pensione effettivamente percepito. E ciò vale anche per coloro che accedono alla pensione anticipata, in quanto anche in quel caso il calcolo andrà fatto sempre sull'età anagrafica di accesso alla pensione.

E' data ovviamente facoltà, per i lavoratori che non vogliono riduzioni pensionistiche, di restare a lavoro pur avendo maturato i requisiti pensionistici della pensione di vecchiaia ed ambire ad un importo pensionistico più alto per aver fatto accesso ai coefficienti legati ad una età superiore rispetto ai 67 anni e 3 mesi. Ma il prossimo adeguamento dei coefficienti alla speranza di vita potrebbe ridurre ancora i coefficienti stessi, riducendo il vantaggio di restare a lavoro in termini di importo pensionistico effettivamente percepito. Un percorso verso una pensione di importo dignitoso sempre più ad ostacoli.